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Spazio approfondimenti

Addio

Sapevo che doveva succedere, ma sentirmelo dire è stato bruttissimo. Doveva essere un piccolo problema ed invece si è trasformato in un incubo, un tumore, dal quale non saresti mai potuta guarire. Decisero di allungarti la vita, per quel che era possibile. Ti ho vista sdraiata in quel letto per tre lunghi mesi. Chiaccheravamo, ma tu non eri più la stessa: il tuo colorito giallastro e la tua fatica a parlare mi spaventavano. Ogni volta che ti venivo a trovare mi rendevo conto di come la malattia ti stesse distruggendo a poco a poco. Poi, un giorno, la mamma, rientrando a casa, mi ha detto che stavi perdendo la tua lucidità: vedevi cose che non c'erano ed i tuoi occhi erano socchiusi, quasi incapaci di restare aperti.

Il giorno seguente si sono chiusi per sempre.

Non ricorderò i tuoi ultimi respiri perchè non ero con te quando ci hai lasciato. Ho voluto ricordarti come sei sempre stata e non come la malattia ti aveva ridotta. Adesso la tua sofferenza si è conclusa.

Vivrai sempre nel cuore di coloro ai quali hai dato affetto e aiuto; in coloro che hai rimproverato o amato. Vivrai sempre nel mio cuore.

Ti voglio bene, nonna. Addio.

11 novembre 2008, Serena Pratesi

40 anni dal '68...

"Ho sognato, ho creduto, ho tanto amato
che non sono più di quaggiù"

G. Ungaretti, Epigrafe per una caduto della rivoluzione, 1935, da Sentimento del Tempo

In una lacrima. Tutto in una lacrima. Gioia pura e disincanto, illusioni e speranze: gli anni Settanta, tutti in una lacrima. Gli anni del lavorare con lentezza, di sperimentazioni e libertà, di corse nel vento, profumate di grano appena tagliato; gli anni della musica nuova, dei concerti al Parco Lambro,delle impressioni di settembre, di Radio Alice che "passa" le canzoni degli Area.

Gli Anni della Contestazione, degli scioperi, delle piazze piene di persone e di ideali, volati via tra le stelle, in una notte di maggio. Gli anni di Piombo, della violenza, delle bombe, iniziati a Valle Giulia, dove "ancora brilla la luna", dove il primo marzo 1968, quarant'anni fa, dei giovani si scontrarono con la polizia, per la prima volta. Scontri durati un decennio, fino al nove maggio 1978, quando in via Caetani, a metà strada tra via delle Botteghe oscure e Piazza del Gesù, sedi di PCI e DC, venne trovato il corpo di Aldo Moro, presidente DC, in una Renault 4 rossa.L'uccisione del Sindacalista Guido Rossa, nel 1979, ad opera delle BR, decreterà la fine italiana di un'epoca che era iniziata tra le speranze di "Blowin' in the wind" ('62-'63) ed i fiori di Joan Baez, e che po i è sprofondata nella nostalgia di un ideale, rimasto intrappolato, talvolta, nella rete dell'eroina (come la Factory di Andy Warhol) . Sono passati 40 anni dall'inizio e 30 dalla fine. Parliamone: ancora una volta, capire il passato, per vivere il presente.

26 settembre 2008: Antonio D'Errico

“La società del bene personale”

“Comprare, comprare, comprare..”: ormai è questo l’ordine che risuona nelle teste di tutti, soprattutto in una realtà, come quella occidentale, dove la classe imprenditoriale ha enormi poteri. Ovunque, intorno, c’è pubblicità, che offre e propone oggetti sempre più nuovi e, spesso, inutili. Ci sono beni per tutte le necessità, dal cellulare con accesso ad internet, per non essere mai soli, al rasoio per i peli del naso. Ma questi prodotti sono veramente necessari? La risposta probabilmente è no, ma l’uomo ha bisogno, ora più che mai, di novità, di oggetti per stupire o, semplicemente, per sentirsi a proprio agio. E spesso le industrie puntano proprio su questo fattore, “l’agio”, la comodità, che rende il ruolo dell’uomo sempre più obsoleto, e che, gradualmente, muta lo stesso uomo, che diventa asociale e solitario, circondato solamente dalle sue “ricchezze” materiali. Vengono creati nuovi beni per sconfig gere il pericolo della sazietà dei consumatori, i quali attendono sempre più ossessivamente la produzione di un nuovo oggetto, forse per stupire tutti gli amici. Oramai, non è più il consumatore che influenza la produzione, ma la produzione che influenza il consumatore, attraverso la sua arma più potente: la pubblicità. La troviamo dappertutto, dapprima in TV o nei giornali, e poi in miriadi di messaggi subliminali che ci inseguono tutto il giorno; probabilmente, prima o poi, ritroveremo qualche spot persino nei nostri sogni...

Qualsiasi prodotto in grado di offrire un aumento della potenza personale, è, per la pubblicità, un prezioso campo di sfruttamento. L’essere umano, o meglio l’uomo borghese, sente un’esasperata necessità di sentirsi forte, più forte degli altri, per essere rispettato, almeno lui crede, per quello che ha e non per quello che è. La società contemporanea si basa proprio su un sistema di infiniti bisogni, utili solamente a far sentire l’uomo padrone di questo mondo, che crede di poter ut ilizzare come gli pare e piace. Ma questa produzione ossessiva di beni sempre in maggior numero e sempre più differenziati rappresenta un fattore di progresso, o la perdita di valori spirituali, in favore di quelli materiali? Sicuramente un progresso c’è: la scienza fa passi da gigante, l’uomo è sempre più agiato e vive più a lungo. Spesso, però, questo progresso, unito alla ricerca esasperata di nuovi beni, porta alla nascita di nuovi mercati, come quello dei falsari, che in Italia è particolarmente sviluppato. L’industria del falso nasce proprio dal bisogno del consumatore, di avere gli stessi beni degli altri, pagando molto meno, anche se il prodotto è di qualità più scadente. Grazie al basso costo, il consumatore potrà così rinnovare al più presto, il suo bene, assicurandosi un’immagine sempre alla moda e assicurando all’industria di prodotti falsificati un continuo afflusso di entrate, che le permetteranno di portare avanti azioni illecite. Spesso, il progresso industriale ha risvolti ancora peggi ori della semplice industria del falso: in Asia e America Latina, le grandi multinazionali sfruttano donne e bambini a bassissimi salari nelle industrie, per aumentare il tasso di produzione, mantenendo bassi i costi. Capitalisti e industriali accrescono così le loro ricchezze esponenzialmente, portando, di conseguenza, un impoverimento dei ceti minori e accrescendo il divario tra ricchi e poveri. Come diceva Marx, la proprietà privata è la causa prima delle disuguaglianze tra uomini, in quanto pone in primo piano un privilegio individuale, a discapito di un bene comune. Ma, come è stato dimostrato dalla Russia e da altri paesi dell’Europa orientale, il comunismo marxista non è ancora attuabile, in quanto, ora come ora, vige un solo imperativo: il bene personale. Ma è un bene veramente saziabile? E, soprattutto, è veramente ciò di cui l’uomo ha bisogno? Probabilmente no, ma un’alternativa alla società capitalista pare alquanto lontana e sicuramente non ancora definibile. L’era della borghesia come classe gov ernante è da poco cominciata e probabilmente durerà a lungo, sino a quando l’uomo si accorgerà che la ricerca della felicità non risiede dentro lui stesso e nel soddisfacimento dei propri bisogni, ma in qualcosa di molto più alto e non ancora tangibile.

Come facevano notare gli esponenti della scuola di Francoforte, nata negli anni venti del Novecento, l’uomo contemporaneo agisce nella vita quotidiana secondo gli stessi dettami che regolano il sistema di produzione, cercando di avere sempre un guadagno dalle proprie azioni. Purtroppo, ciò rende l’uomo infelice, in quanto annulla i suoi istinti, in favore di guadagni dettati dalla razionalità. L’analisi della scuola di Francoforte è ancora estremamente attuale e in grado di spiegare la società dove noi viviamo, tra cui numerosi fenomeni, come la violenza, nata dalla rabbia verso un mondo che non ci corrisponde, o il bisogno ossessivo di nuovi beni, che sembrano l’unica via verso un piacere assoluto. C’è chi ha provato ad opporsi al modello capitalist ico, come nel ’68, quanfo operai e studenti si unirono per combattere il sistema e per affermare i valori di pace e amore, purtroppo con risultati poco significativi.

La mia speranza è che ogni persona si accorga che il materialismo non è ciò di cui l’uomo ha realmente bisogno, ma la negazione di ciò di cui necessitiamo: la ricerca spirituale.

11 giugno 2008: Lorenzo Bechi

Le donne nella società cinese ed araba

Considerate da sempre inferiori agli uomini, educate sin dalla più tenera età alla sottomissione e all’ubbidienza al padre e ai fratelli prima, al marito poi, le donne cinesi del passato si muovevano silenziose tra le pareti domestiche, isolate dal mondo esterno e dalla vita pubblica.

Costrette ad una condizione di passività ed immobilismo, non solo sociale e culturale, ma anche fisica (era questo, infatti, lo scopo della crudele pratica della fasciatura dei piedi, che costringeva le ragazze ad avere piedi di piccole dimensioni), per queste creature la nascita stessa rappresentava una disgrazia: le figlie femmine erano considerate bocche inutili da sfamare e, spesso, soprattutto nelle famiglie più povere, venivano uccise, abbandonate o vendute ancora neonate.

Quando riuscivano a raggiungere l’età adulta, il loro destino era già segnato: divenivano le spose di uomini scelti dai loro padri, che le vendevano ancora bambine alla famiglia del futuro marito, oppure diventavano le concubine di potenti signori, o ancora dame di compagnia, serve e schiave presso famiglie ricche o addirittura prostitute.

Verso la fine dell’800 si assiste ai primi tentativi di emancipazione, che proseguono nei primi anni del secolo successivo: la pratica della fasciatura dei piedi cade in disuso e alle figlie delle famiglie più ricche viene data la possibilità di studiare. Ma si tratta di un processo lento: per decenni infatti sarà soltanto una minoranza a poter godere di un'emancipazione costruita sull’esempio occidentale, mentre la maggioranza della popolazione femminile, più povera, rimarrà in una condizione di subordinazione, ignoranza ed emarginazione.

Oggi, nonostante la legge riconosca la parità fra i due sessi, la situazione delle donne cinesi rimane piena di disagi e di difficoltà, soprattutto nel mondo del lavoro, dove sono in genere gli uomini ad occupare i posti migliori e a fare carriera. Le donne che rifiutano il matrimonio o che divorziano dai mariti o che hanno figli senza essere sposate vengono ancora guardate con sospetto e disapprovazione. Il matrimonio, infatti, è ancora considerato l’obbiettivo principale della vita di una donna, così come sembra non essere mai scomparsa, soprattutto nelle campagne, la preferenza per i figli maschi a danno delle bambine.

Ma le donne Cinesi non sono le sole a dover fare i conti con una vita difficile e subordinata agli uomini: nel Corano è previsto che le donne indossino un velo, in arabo Higiab, letteralmente “copertura”.L’uso del velo si è diffuso perché la donna non dovrebbe mostrarsi in pubblico e, quando lo fa, è necessario che si copra il più possibile; inoltre,indossare il velo assume il valore simbolico di un comportamento che prevede che i rapporti sessuali avvengano solo dopo il matrimonio, ed è, quindi, un elemento di identità culturale e viene esibito per chiedere rispetto e considerazione.

Personalmente trovo ingiusto e inconcepibile che ci siano ancora luoghi dove la donna è subordinata o costretta ai voleri dell'uomo. Mi chiedo perchè queste donne non si ribellino, non cerchino di guadagnarsi una propria indipendenza, cambiando il modo di "essere donna" di un'intera società. Forse per non deludere le aspettative dei genitori? Forse perché si tratta di conservare una tradizione, di mantenere il senso delle proprie origini? Mi è stato insegnato a guardare il mondo e le differenze di civiltà e cultura cercando di "mettermi nei panni degli altri", ma, nonostante capisca la voglia di conservare le proprie tradizioni, continuo a pensare che io mi ribellerei a qualsiasi costrizione che mi impedisse di essere libera, di esse re me stessa!

1 Marzo 2008: Serena Pratesi

Festa della donna

La Giornata Internazionale della Donna, comunemente chiamata "Festa della Donna", è un giorno in cui vengono celebrate le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne ed è una festività internazionale celebrata in diversi paesi del mondo occidentale l'8 marzo.

L'usanza di regalare mimose in occasione della festa non è invece diffusa ovunque. L'8 marzo era originariamente una giornata di lotta, specialmente nell'ambito delle associazioni femministe: il simbolo delle violenze che la donna ha dovuto subire nel corso dei secoli. Tuttavia, nel corso degli anni, il vero significato di questa ricorrenza è andato un po' scomparendo, lasciando il posto ad una ricorrenza caratterizzata anche da aspetti di carattere commerciale e politico.

L'origine della festività è dubbia.

Una possibilità è che la sua istituzione risalga al 1910 nel corso della II Conferenza dell'Internazionale Socialista svoltasi a Copenaghen nella Folkets Hus (Casa del popolo) chiamata poi "Ungdomshuset". Sarebbe di Clara Zetkin la proposta di dedicare questo giorno alle donne.

Alcune femministe italiane sostengono, tuttavia, che non c'è nessuna prova documentata a suffragare questa ipotesi. Il movimento operaio e socialista di inizio secolo ha celebrato in date molto diverse giornate dedicate ai diritti delle donne e al suffragio femminile. L'unica data certa è l'8 marzo 1917, quando le operaie di Pietroburgo (Russia) manifestarono contro la guerra e la penuria di cibo (nell'ambito della rivoluzione di febbraio).

Per rendere più universale e meno caratterizzato politicamente il significato della ricorrenza, si preferì omettere il richiamo alla Rivoluzione russa, ricollegandosi ad un episodio non reale, ma verosimile, della storia del movimento operaio degli Stati Uniti d'America. In Italia, nel secondo dopoguerra,la giornata internazionale della donna fu ripresa e rilanciata dall'UDI (Unione Donne Italiane) associando nel contempo alla data dell'8 marzo l'ormai tradizionale fiore della mimosa.

In Italia è molto diffusa una storia che fa risalire l'origine della festa ad un grave fatto di cronaca avvenuto negli Stati Uniti. Questa storia fu elaborata dalla stampa comunista ai tempi della guerra fredda ed in Italia è stata riportata come la vera origine della festa della donna, creando così una "leggenda".

Tale versione vuole che nel 1908 a New York, alcuni giorni prima dell'8 marzo, le operaie dell'industria tessile Cotton iniziarono a scioperare per protestare contro le condizioni in cui erano costrette a lavorare. Lo sciopero proseguì per diversi giorni finché l'8 marzo Mr. Johnson, il proprietario della fabbrica, bloccò tutte le vie di uscita. Poi, allo stabilimento venne appiccato il fuoco (alcune fonti parlano di un incendio accidentale). Le 129 operaie prigioniere all'interno non ebbero scampo. L'incendio, in realtà, avvenne, ma nel 1911 (quindi dopo, e non prima della tradizionale data di nascita della festa, il 1910), a New York, nella Triangle Shirtwaist Company. Le lavoratrici non erano in sciopero, ma erano state protagoniste di una importante mobilitazione, durata quattro mesi, nel 1909. L'incendio, per quanto le condizioni di sicurezza del luogo di lavoro abbiano contribuito non poco al disastro, non fu doloso. Le vittime furono oltre 140, ma non furono tutte donne, anche se, per il tipo di fabbrica, esse erano la maggior parte. I proprietari della fabbrica si chiamavano Max Blanck e Isaac Harris e vennero prosciolti nel processo penale, anche se persero la causa civile.

1 Marzo 2008: Francesca Brizzi

Il natale visto da altri occhi

Nelle settimane precedenti il Natale 2007 è stato diffuso fra i ragazzi che non professano la religione cattolica del liceo linguistico un sondaggio sul significato del Natale per loro.

Le domande erano:

  1. Festeggi il Natale?
  2. Se sì, come?
  3. Se no, quale è il motivo?
  4. Cosa rappresenta per te questa festa?
  5. Come vedi e cosa pensi del “nostro” Natale?

Su venti persone a cui sono state poste queste domande, tre hanno risposto che non festeggiano il Natale, poiché non è previsto dalle loro religioni, ma, nonostante questo, quasi tutti i ragazzi erano concordi sul fatto che il Natale sia una festa molto importante, che rappresenta un momento speciale di unità familiare e felicità per tutti.
Molti ragazzi sono d’accordo sul fatto che questa festa viene sfruttata dalle grandi industrie ed è diventata un momento di consumismo, visto che uno degli aspetti principali è diventato fare e ricevere regali.

Ecco alcune delle risposte che ci sono state date:

17 Gennaio 2008: Margarita Kaminska e Francesca Brizzi

L'amore: struggente passione

L’amore è tutto e niente, l’amore è pieno di alti e bassi, di cose positive e, purtroppo, anche di cose negative: insomma, è l’amore una cosa che se non la provi non saprai mai che cos’è.

Secondo molte persone non dobbiamo credere nell’amore perché non è solo rose e fiori, non va tutto dritto come vorresti; a volte dall’amore otterrai anche delusioni, che magari non ti porteranno a niente, ti faranno stare solo male, ma l’amore è anche affetto, stare bene con gli altri e con noi stessi, è pieno di passioni, di piaceri e di emozioni.

Quando sei innamorato, ma, soprattutto, quando il tuo amore è ricambiato, tutto è bello, ti sembra di essere al settimo cielo, insomma ti sembra di stare in un sogno che vorresti non finisse mai.

L’amore è un angolo di paradiso che puoi tenere tutto per te, in cui non ti dovrai mai pentire delle cose che hai fatto o che farai. L’amore ti rende grande, ti fa crescere, ti aiuta ad affrontare il futuro e ti accompagna per tutta la vita.

Spesso l’amore ti distrugge, a volte è esasperante, crudele e amaro, perché non c’è cosa peggiore di una storia andata o finita male. Ti senti infelice, triste, non trovi motivo per portare avanti la tua monotona vita, non capisci perché è dovuto capitare proprio a te, a te che cercavi solamente un po’ d’affetto, un po’ d’amore, semplice e sincero amore.

Magari piangerai, finché i tuoi occhi non avranno più lacrime da versare, magari odierai fino a non farcela più, te la prenderai con te stesso, con il mondo, con gli altri, finirai per non credere più che un’esperienza di questo genere, ti possa regalare momenti indimenticabili, anzi, crederai che niente e nessuno ti rende debole come l’amore.

Invece, non è così, l’amore, è vero, molte volte ti fa stare male, però senza di esso non si può veramente vivere; in fondo è lo scopo dell'uomo trovare la pace, trovare la felicità, la gioia e l’allegria: questo è ciò che ti regala l’amore, attimi splendidi, magnifici, unici e meravigliosamente stupendi.

Come disse una persona “amare è donare qualcosa a qualcuno che non la vuole”, che crede di non aver bisogno di niente, ma, invece, nel profondo del suo animo, del suo cuore, una voce grida e chiede disperatamente che qualcuno condivida con lui la passione dell’unicità fra due persone, all’apparenza diverse, ma con lo stesso interesse.

L’amore è anche un po’ matto, spesso è folle, ti porta a fare cose che non avresti mai fatto, a cui non avevi mai pensato, che credevi fossero irraggiungibili o che fossero semplicemente inutili o banali, ma invece con il tempo capisci che se non avessi fatto una minima pazzia, una piccola sciocchezza, se non avessi affrontato un fatto stupido, ora non sapresti cosa vuol dire amare veramente.

L’amore travolge ogni singola parte di te, ti fa sentire vivo, ogni stimolo che ti invia ti ricorda quanto è grande e quanto arde in te la gioia e la voglia di vivere al massimo, senza rimpianti e senza ripensamenti.

Amare è volare in alto, lontano da tutto e tutti, lontano da ogni cosa, sempre più su, vicino ad un universo di passioni che vibrano in te e che, struggenti, ti sciolgono il cuore in una pozione di magia.

L’amore non è qualcosa di sdolcinato o mieloso, qualcosa solo per femminucce, l’amore è per tutti, grandi e piccini, amare è vivere e raggiungere l’obbiettivo per cui hai lottato tanto, per cui ti sei battuto, per cui hai sofferto, per cui sei stato male o bene.

Non dobbiamo arrenderci alle prime delusioni, ai primi ostacoli che ci si pongono davanti, con un po’ di coraggio dobbiamo superarli, perché dietro ad ogni cosa brutta ce ne sta sempre una bella che non aspetta altro che essere vissuta.

È bello sapere di svegliarsi accanto ad una persona che ti ama, è bello sapere che ci sarà sempre vicino a te una persona con cui affrontare la vita, con i suoi problemi e con i suoi momenti incantevoli e fatati, è bello credere e sapere che il vostro amore non potrà mai finire.

L’amore sfoga l’anima, l’essere che vive in te e che non aspetta altro che uscire, che affrontare la realtà, l’irreale realtà.

Non sappiamo ancora perché ci innamoriamo, l’amore prende e basta, non sai mai quando, non sai mai come e non saprai mai il perché ..

22 Dicembre 2007: Francesca Brizzi

Esperienza bocciatura

Quando circa due anni fa, leggendo un settimanale, venni a conoscenza di una disonorevole statistica mondiale, e cioè che l' istruzione Italiana è a bassissimi livelli rispetto a quelle estere, la prima cosa che pensai era che io non rientravo nella massa.

Avevo ottimi voti a scuola, ero sempre preparata per le interrogazioni ed era quasi impossibile che un insegnante potesse lamentarsi di me parlando ai miei genitori.

A settembre dell'anno scorso non mi accorgevo che qualcosa cominciava a cambiare. Fin dall'inizio del nuovo anno scolastico i miei voti scendevano, piano piano.
Prima otto, poi sette, poi sei... poi cinque e potrei continuare a narrare questa discesa, ma il mio orgoglio me lo impedisce.

Il mio problema era che, nonostante il mio salto di qualità verso il basso, continuavo ad illudermi di potercela fare, continuavo a sottovalutare tutto quello che dovevo affrontare per rimettermi in carreggiata. E' stato l' errore più grosso che io abbia mai fatto, e quasi sette mesi fa ne ho avuta la conferma.

Quando quel quadro scolastico di giugno ti dice che non ce l' hai fatta, è come se tutto quello che si era creato nella tua testa si sbriciolasse. E sei consapevole di esserne la causa, ma riesci a realizzare ciò che ti è capitato solo tre mesi dopo, quando, entrando in classe, ti accorgi di non essere più circondata da quelle persone che adesso ti considerano la loro ex compagna di classe.

Per me è stato così.

L' esperienza della bocciatura non è una di quelle cose da provare nella vita. Tuttavia non tutti la pensano cos:; c'è addirittura che mi definisce esagerata, perché alla fine è solo un anno perduto. Hanno ragione. E' un anno. Non avrò l' obbligo di dirlo ai colloqui di lavoro, né agli esami universitari, se mai ci arriverò.

Ma non è il fatto di ricevere il diploma un anno dopo quanto previsto... ma la rabbia nei propri confronti e la delusione negli occhi dei genitori durata un intero anno scolastico. Nonostante tutto, però, la mia famiglia è riuscita a perdonarmi e, soprattutto, io sono riuscita a perdonare me stessa, ripartendo da capo più carica di prima.

Adesso intravedo un'altra possibilità e non sarò certo così immatura da buttarla al vento.

Sono passati tre mesi dall'inizio dell'anno da ripetente e sono riuscita ancora una volta a tirarmi fuori dalla massa di quella statistica mondiale con i miei buoni voti. Questa volta, sono sicura che ce la farò!

22 Dicembre 2007: Francesca Gaeta

Bullismo

BULLISMO: Comportamento che mira deliberatamente a ferire un individuo ...... più debole.
Questa è la definizione che troviamo su un qualsiasi vocabolario; eppure dietro questa semplice riga si nasconde un abisso fatto di paura, violenza e omertà.

Il bullismo è sempre esistito, era una bomba che ha deciso di esplodere in questa generazione.

A partire dall’infanzia i bambini che definiamo “vivaci” picchiano i più deboli, li deridono per la corporatura, per i difetti fisici, gli occhiali, ecc...
Non consideriamo questi comportamenti, poiché sono cose da bambini e alla fine questi modi di agire degenerano e si arriva alle medie/superiori, le scuole in cui l’individuo cresce e si forma. Qui si manifesta il bullismo più grave, o meglio il bullismo che “finalmente” viene visto.

Così abbiamo il ragazzo più forte, magari ripetente, che incomincia a violentare il ragazzino debole, insicuro, è perfetto se poi va anche bene a scuola, diventa un modo per farsi passare i compiti.
Violentare, una parola forte che ha mille sfaccettature.
È violenza fisica quella che subisce il ragazzo che viene picchiato negli spogliatoi o negli atri della scuola, lo spintone che ricevi mentre cammini, le pallonate che prendi durante l’ora di ed. fisica.
La violenza sessuale che subisce una ragazzina, per quale motivo poi non si sa, perché non ha senso che un sedicenne violenti una tredicenne, non ha senso.
È violenza mentale quando vieni deriso, quando qualcuno si approfitta delle tue insicurezze per ferirti, ti deride, quando ti insulta, quando ti esclude e rimani solo.

Il male peggiore non lo fa il bullo, ma coloro che gli stanno intorno, coloro che tacciono, che fanno finta di non vedere, di non sentire, di non sapere, fanno finta di non leggere negli occhi della vittima, che a volte è anche tuo amico, la richiesta di aiuto perché l’egoismo porta a pensare finché il perdente sei tu io sono salvo, è vigliaccheria, che ti porta a tradire la vittima e ad allearti con il bullo perché così il prossimo non sono io, e intanto il perdente si sente una nullità, a volte crede anche di meritarsi tutta la violenza che gli viene sfogata contro, perché è debole e non sa ribellarsi.

Così ci sono mattine in cui non ci si vorrebbe più svegliare, perché non si vuole andare a scuola, perché la c’è il bullo che ti aspetta, che senso ha comprare il panino che ti verrà rubato.

Ci sono ragazzi che subiscono e sfogano la loro rabbia su altri, possono essere vittime di bulli, ma anche di adulti. Molto spesso accade che la vittima diventa carnefice per cercare di entrare nel gruppo dei forti e riuscire a respirare e a vivere senza paure; altre volte non ce la fanno e subiscono silenziosamente, nei casi peggiori l’adolescente arriva al suicidio, e non è giusto che si perda una vita così giovane.

Gli adulti si sono come svegliati ora che il bullismo lo vede su Internet, perché prima se un ragazzo usciva dal bagno piangendo a nessun professore veniva in mente che poteva essere stato preso a schiaffi, un ragazzo cadeva durante l’ora di lezione perché gli veniva tolta all’improvviso la sedia su cui sedeva, nessuno diceva nulla.

Una vittima può anche cercare di ribellarsi, ma deve usare la violenza, deve risultare forte se no è tutto inutile, gli adulti non aiutano, si lasciano imbambolare dalle finte scuse del bullo, e dopo la vittima è ancora sola e a volte tutto degenera.
La vittima da adulta è fragile insicura, vive una vita asociale a meno che non riesca a superare il trauma o conosca altre vittime, nasce quindi un senso di solidarietà che li salva dalla solitudine.

Ci si preoccupa tanto dei motivi per cui un ragazzo si esprime con la violenza, è vero non esiste il dialogo, ma è normale dal momento che con il dialogo non fai nulla, ci sono persone che diventano bulli per apparire, per essere capiti, considerati e così via.

Io non capisco lo stupore, siamo cresciuti a pane e violenza. Violenza nei cartoni animati, nei videogiochi, alla TV c’è violenza, al governo c’è violenza! Che cosa deve pensare un bambino che vede due politici insultarsi e prendersi per i capelli, cosa deve pensare un bambino che viene picchiato, un bambino a cui il nonno dice se ti danno un pugno tu dagliene due.

Il problema nasce all’origine, dal tempo dell’asilo, è allora che bisogna dire È SBAGLIATO. È inutile dopo perché l’adolescenza è vero che è la fase di formazione, ma alla radice c’è l’educazione dell’infanzia e se queste radici sono marce come può l’albero mettere fiori, e se il concime è ancora più marcio, come fa l’albero a vivere.

La società che è a capo delle nostre vite si è come scordata di noi, ci ha messo al mondo e poi lasciato allo sbaraglio, il nostro futuro è tutta un’incertezza, basta guardare il lavoro. Molti dei miei coetanei sono privi di ideali veri, si basano sull’apparenza, la finta bellezza, la stupidità, le marche dei vestiti, questi sono gli ideali che ci hanno trasmesso; a mio parere sono raccapriccianti.

Siamo senza ideali, nessuno ci vede veramente e poi ci si stupisce se la mia generazione trova conforto nel bullismo, nell’ alcool, nella droga. Tutto è collegato dalla mancanza di attenzione, dall’abbandono e anche dalla voglia di non essere diversi dagli altri.

Ora va tanto di moda il genitore amico, figli lasciati allo sbaraglio, liberi, ma siamo sicuri che vogliamo tutta questa libertà; io non credo, ho sedici anni ma penso che servano le regole per crescere, con i miei genitori ho dialogo ma non sono miei amici, un amico non mi dà ordini, i genitori si, anche con gli amici c’è rispetto ma non quello che si deve ai genitori.

Ci sono anche ragazzi di buona famiglia che sono bulli e ci si sorprende perché il bullo deve sempre venire da una cattiva famiglia, non si pensa che a volte da una cattiva famiglia può uscirne un bravo ragazzo, siamo abituati a vedere solo la facciata, la violenza nasce dall’anima, è l’armatura che para la vulnerabilità, ci sono molti modi di esprimerla; ci sono figli che vengono picchiati dai padri, alcuni picchiano a loro volta i compagni, altri sono gli angeli custodi delle vittime dei bulli. A volte è davvero un modo di sfogarsi ma capita anche che il bullismo sia cattiveria vera ed inspiegabile.

Penso che sarà difficile il lavoro per recuperare le vittime del bullismo, sia i perdenti che i vincenti.

Bisogna puntare sugli ideali, devono esistere miti come Gandhi sostenitori della non violenza, dobbiamo farli riscoprire. Bisogna ricevere stimoli che ci allontanino dall’aggressività e dalla droga; ma sopratutto ora che il problema è riuscito a scuotere gli animi non bisogna dimenticarlo, gli adulti non ci devono ributtare nel dimenticatoio devono aiutarci finché tutta una generazione non sorga per miglior meriti, perché la mia generazione può dare tanto e non merita di essere ricordata associata alla violenza, anche perché se noi saremo allo sbando anche i nostri figli lo saranno e così all’infinito, d’altronde i figli non sono altro che lo specchio dei genitori nel bene e nel male.

4 Maggio 2007: Elisa Toninelli

Cosa vuol dire essere stranieri

Era un caldo giorno estivo.

Abitavo dai miei nonni da oltre tre anni,ormai mi ero abituata a loro, mi ci trovavo sempre d’accordo. Nella settimana ero sempre occupata : mi svegliavo alle nove, alle dieci e mezzo andavo a scuola e tornavo a casa verso le sei. Beh, a dire il vero la scuola finiva alle tre, pranzavo alla mensa e poi, al suono dell’ultima campanella, rimanevo con i miei amici nel campetto dietro la scuola.

Spesso, dalle sette alle undici di sera ero al conservatorio con il mio insegnante, a studiare e prepararmi per i concorsi. Sabato e domenica stavo nella mia casa in campagna , a divertirmi con gli amici in piscina, curavo il piccolo spazio riservato per il mio giardino e , d’inverno pattinavo e giocavo nella neve. La mia vita era perfetta, spensierata, a scuola avevo tutti dieci, ogni anno vincevo alcuni concorsi di pianoforte, grazie alle molte ore di studio giornaliero... Però quel caldo giorno d’estate, cambiò tutto.

Dopo tre anni che non vedevo la mia mamma, non me ne ricordavo più il volto, la sua voce non risuonava più nella mia mente e quelle chiamate settimanali al telefono non mi aiutavano a ricostruirne l’immagine. Quel giorno finalmente l’avrei rivista,stavo per festeggiarne il ritorno.

Era tutto perfetto, stavo abbracciando una persona che amavo, non volevo più staccarmene perché avevo paura che andasse di nuovo via, poi ho sentito ciò che mi voleva dire da tanto tempo, una semplice frase che mi ha sconvolto la vita :”Tra una settimana vieni con me, andiamo in Italia”.

Non so quanto ho pianto, ero disperata, finalmente mi ero fatta degli amici, andavo bene a scuola e la persona da cui non mi sarei mai aspettata un torto me lo stava facendo...

Dovevo mollare tutto, lasciarmi alle spalle tutto ciò per cui avevo lottato tanto e...tutto questo per cosa??? Per andare in un paese straniero, con una lingua nuova e completamente sconosciuta per me, niente amici, niente conoscenze, niente di niente e in più ci dovevo andare con una persona che, dopo tre anni di lontananza, era cambiata, non era più la mamma che conoscevo da piccina, la stessa persona ma due caratteri differenti, era sempre lei, ma aveva qualcosa di diverso che, allo stesso tempo mi incuriosiva ma mi spaventava anche.

Non descrivo come è stato il viaggio, dico solo era un disastro. Il giorno dopo essere arrivata , dovevo andare a scuola. Immaginatevi... entrare in una classe con venti persone nuove, non capendo ciò di cui parlano e sentirsi osservati... mi vengono brividi solo a ricordarlo. Ho studiato soltanto la lingua per tre mesi e mi sono dimenticata del tutto come studiavo a casa, quindi sono peggiorata a scuola; con la barriera linguistica, ho messo oltre un anno per trovarmi degli amici. Ma ora mi sono abituata, non è più il disastro iniziale. L’Italia è una pagina importante del libro della mia vita, anche se è una pagina cominciata dalle lacrime. Ora mi trovo bene, ho molti amici, ho sempre problemi con la scuola ma cerco di recuperare. Questo non è semplicemente un tema sull’immigrazione ma è un’esperienza di vita.

Ciò che non uccide rende più forti, e, per me, è stato proprio così.

26 aprile 2007, Margarita Kaminska

XVII Settimana della Ricerca Scientifica

La Scienza non ha senso se non può essere diffusa, se non c'è nessuno ad ascoltare. Per questo, da qualche anno il MIUR (Ministero dell'Università e della Ricerca) ha deciso di dedicare il mese di Marzo alla Scienza: nasce così la XVII Settimana della Cultura Scientifica e Tecnologica che "attraverso gli eventi, le mostre, gli incontri, le visite guidate che verranno organizzate in tutto il Paese, si rivolge a tutti i cittadini ed in particolare agli studenti, perché diventino protagonisti di questo processo di partecipazione e sensibilizzazione nei confronti della scienza, per capirne l’impatto costante e rilevante che essa ha sul vivere quotidiano"( http://www.miur.it/ ).

Anche Follonica parteciperà il 22 Marzo con il progetto "Sulle ali della libertà", nato per salvare le rondini e organizzato dai Parchi della Val Di Cornia in collaborazione con l'Oasi del WWF Oasi-Bottagone e Archeir rappresentanza UE.

Insomma, dal 19 al 25 Marzo tutta Italia,dalle scuole ai musei, sarà un grande parco tematico, dedicato alle scoperte scientifiche e al futuro che ci aspetta.

Noi abbiamo provato a parlarne.

“Lampi nella notte”

Scienza e ricerca: la personalità dello scienziato tra metodi e percorsi

Un lampo che squarcia la notte. Questo deve essere uno scienziato: orgoglio scintillante, immenso attimo di fuoco e sogno.

Proprio come un lampo che squarcia la notte, proprio come un raggio di luce che, flebile e tenace, s'insinua nell'oscuro abisso dell'ignoto, lo scienziato scopre, deduce, dimostra, inventa: ed ecco bruciare nei suoi occhi la fiamma della passione, ecco brillare e specchiarsi in una piacevole lacrima di Sole gli anni di sacrifici e stenti, “il lungo e paziente lavoro preliminare” (De Broglie) che ha generato la Scoperta.

Tutto questo significa mettere se stessi, il proprio genio, la propria vita a disposizione dell'umanità; significa donarsi alla Scienza, alla ricerca, alle speranze ed ai sorrisi dell'universo che ci ruota intorno. Ed è interessante capire le difficoltà ed il fascino di questa strada, cercando di analizzare la figura dello scienziato, di comprenderne l'essenza, tra emozioni, metodi, percorsi e capacità. perché, a differenza di quanto si crede, lo scienziato non è una persona fredda razionale, priva di fantasia ed immaginazione, incapace di valicare l'indimostrabile: scoprire è scavare nel mistero, è il mistero il motore della ricerca. per scoprire è necessario sognare. Einstein fu allontanato dall'università, giudicato pazzo, per aver chiesto ad un professore se fosse possibile cavalcare un raggio di luce (ipotesi peraltro dimostrata dallo stesso scienziato tedesco qualche anno dopo).Scoprire, inoltre, è una sfida.

Una sfida contro se stessi, con la consapevolezza di poter superare i propri limiti, attraverso lo studio ed i sacrifici, attraverso la pazienza, “ perché il genio è lunga pazienza” (De Broglie), il genio è voglia di dar voce all'inesprimibile nulla, mentre scorrono lievi frammenti d'eternità.E' la sfida del Faust di Goethe, che ricerca la conoscenza assoluta e, nel momento in cui sente di averla raggiunta, chiede all'attimo, al frammento d'eternità, di fermarsi.Ed è, molto spesso, una sfida contro i limiti delle convenzioni, contro un “Ipse dixit” buio e vincolante, contro chi ha costretto Galileo ad abiurare e ha detto a Darwin "E' un buon osservatore ma non ha capacità di ragionamento". E Forse è proprio questa la sfida più dura: uscire dal coro, comprendere che il vero scienziato non è “ fatto per seguire ciecamente la guida degli altri”. Del resto, come diceva Montaigne, “chi segue un altro non segue niente, non trova niente, anzi non cerca niente”.Lo scienziato non deve avere limiti di sudditanza psicologica, deve lavorare con la consapevolezza che “non sumus sub regem; sibi quisque se vindicet”, parafrasando Seneca. Bisogna avere il coraggio di stravolgere anni di certezze, per essere scienziati; bisogna riportare il dubbio alla base della ricerca.Scienziato è colui che ha “una capacità superiore alla media altri uomini di notare cose che sfuggono facilmente all'attenzione e di osservarle con cura”: come può rinnegare ciò che vede, ciò che ha verificato e dimostrato con tutto l'impegno di cui è capace, soltanto perché mille anni prima qualcun altro ha ipotizzato il contrario? No, non possono esserci limiti di pregiudizi e convenzioni: si annullerebbe l'intero senso della ricerca, l'essenza più profonda della scienza. Ma “il confine tra i miei sentimenti è così sottile che non riesco più a ragionare più a ragionare" diceva una canzone; così, come una linea talvolta invalicabile, ecco porsi un freno al volo libero della mente. E' la coscienza, questo freno, è la morale che paralizza l'immaginazione, la volontà di scoprire. Rabelais diceva che era fondamentale essere “un abîme de science”, ricordando sempre, però, che “science sans coscience n'est que la ruine de l'âme”. E la mente ricomincia a volare. Vola alla bomba atomica, ai campi di concentramento, ad esperimenti folli ed inumani; per questo, oltre ad una grande passione, alla determinazione ed al coraggio, lo scienziato non può fare a meno “di buon senso e capacità di giudizio”. Perchè la ricerca scientifica determina il nostro essere uomini, è l'anima del passato, è la speranza del futuro. La conoscenza deve essere applicata nel rispetto degli esseri viventi che, insieme, compongono l'universo, come in una sinfonia di colori e battiti. E l'uomo, lo scienziato, cosciente che dalle sue scoperte dipende il cammino dell'umanità, deve saper vivere in un'armonica simbiosi con gli altri e con la natura. Per Ippocrate se c'è “Amore per l'uomo, ci sarà anche Amore per la scienza”: e lo scienziato deve respirare questo Amore, farlo proprio. Sambursky sostiene che “ lo scopo che la scienza si prefigge è alternativamente la conoscenza e la conquista della natura” e superare la natura è una costante antropologica oltre che epistemologica. Il rapporto tra uomo e natura, invece, deve cambiare: la Natura è la fonte di qualsiasi osservazione, è una collaboratrice preziosa e conquistarla significherebbe rendere arida la ricerca. Si è detto che lo scienziato deve respirare l'Amore che lo circonda, ma, come disse Socrate in un dialogo di Platone, deve anche "ascoltare il respiro dell'estate", ascoltare il respiro dell'universo. E così, si definito il profilo dello scienziato, un abisso di scienza, che aspetta con pazienza il momento in cui scoprirà, che lavora per naufragare in un sorriso, per spartire la gioia della scoperta con la persona amata, che scopre e vive per eliminare incertezze e sofferenza, ma che non può iniziare la propria ricerca senza dubbio e dolore. Un percorso duro, insomma, di lampi e notti, sacrifici, soddisfazioni e delusioni, ma che mantiene liberi e vivi, che permette nonostante tutto, di volare... .

21 marzo 2007, Antonio D'Errico

Pensieri in libertà

Pensieri in libertà I

Passeggiando per strada adoro immaginare la vita delle persone che incrocio: alcuni hanno uno sguardo assente, altre un pò pensieroso, certe un sorriso smagliante. E' bello cogliere ogni sfumatura di un volto, si possono capire tante cose: se sono felici, se hanno appena visto qualcosa di sorprendente, o se stanno pensando a cosa fare la sera.

Spesso mi chiedo se le persone che incontriamo nel cammino della nostra vita sia il destino a farcele conoscere o una semplice casualità... In base alle mie esperienze, limitate, data la mia età, sono arrivata alla conclusione che le persone vengono nella nostra vita per una ragione, per una stagione o per tutta la vita. Quando sapremo perché, capiremo il ruolo di quella persona e che, forse, era proprio così che doveva andare. Quando qualcuno è nella nostra vita per una RAGIONE, di solito, è per soddisfare un bisogno cha abbiamo espresso. Sono venute per assisterci in una difficoltà, per darci consigli e supporto, per aiutarci fisicamente, emotivamente o spiritualmente. Possono sembrare un dono del cielo e lo sono, forse. Sono li per il motivo per cui abbiamo bisogno che ci siano. Quindi, senza nessuno sbaglio da parte nostra, in un momento qualsiasi, queste persone diranno o faranno qualcosa per portare la relazione ad una fine. Qualche volta muoiono. Qualche volta se ne vanno. Qualche volta si comportano male e ci costringono a prendere una decisione. Ciò che dobbiamo capire è che il nostro bisogno è stato soddisfatto, il nostro desiderio realizzato, il loro "lavoro" è finito. Ora è il momento di andare avanti.

Alcune persone vengono nella nostra vita per una STAGIONE, perché è arrivato il momento di condividere, crescere e imparare. Ci portano un' esperienza di pace o ci fanno ridere. Possono insegnarci qualcosa che non abbiamo mai fatto.

Ci sono relazioni che durano TUTTA LA VITA, che ci insegnano lezioni che durano TUTTA LA VITA. Bisogna solo accettare la lezione, amare la persona e usare ciò che abbiamo imparato. Si dice che l'amore è cieco, ma l'amicizia è chiaroveggente: è vero! A volte, si prova tanto per chi non merita nulla, a volte qualcuno vede in noi chissà cosa: forse una luce diversa.Tante persone confondono l'amore con quella luce bianca, quando è la passione a parlare. Non ci è dato sapere il perchè accadano tante cose e perchè la maggior parte di tutto sembra sempre essere sbagliato o non arrivare mai. Io me lo chiedo spesso perchè, ma sono arrivata a darmi una risposta, forse anche banale, ma che mi sento di dire: dobbiamo imparare a viverci l'uno con l'altro. E' giusto, quando qualcuno ti dice di cogliere il lato positivo o l'insegnamento che ciascuna persona ha da lasciarti: bello o brutto che sia, può servire a te per migliorarti o per non commettere lo stesso errore. Perchè chiunque ha una propria storia da raccontare, siamo l'uno l'esperienza dell'altro, siamo quelli che soffrono per amore, ma siamo anche quelli che fanno soffrire per amore! Traditi e traditori, sinceri e bugiardi, giusti e sbagliati. Nella nostra vita incontreremo persone che, anche se ci diranno di volerci bene, finiranno, comunque, con il ferirci, prima o poi. Ma ci sono altre persone, quelle che possono anche essere definite "gli angeli", che sono esseri perfetti ed ,essendo perfetti, non possono mirare più alto. Noi abbiamo la possibilità di essere migliori o la possibilità di essere anche peggiori e cadere più in basso.Però, se tutto fosse sempre come noi vorremmo, probabilmente saremmo insensibili ad ogni tipo di emozioni. Quindi, ben venga soffrire per amore, se questo serve a capire davvero qual è l'amore.

Gli "angeli" non sono distanti, ma sono qui,vicino a noi, vestono i nostri abiti, sorridono. Ognuno di noi è angelo di se stesso, tutti hanno la capacità di amare: basta solo saperla scoprire! Amore.. che grande parola! Amore è per le piccole cose, che, alla fine, sono le più grandi. Amore è accogliere con un sorriso, perché nessuno mai sarà così povero da non poter donarne uno. Amore è quel tocco dato ad uno sconosciuto, ma che parte dal cuore. Amore è cercare in fondo, dentro di noi, è avere la forza e l'audacia (perché è audacia in questo mondo) di donare e mostrare le perle preziose che possediamo.

Possiamo perdere tutto, ma, in realtà, tutto ci viene donato attraverso la vita, che è tale solo se vissuta con amore.

Nella mia vita credo di averlo trovato il mio "angelo". E quell'angelo è ora la mia migliore amica, mi parla con voce sicura e mi sta vicino nei momenti più difficili

Pensieri in libertà II

Tra le persone che mi circondano mi sono resa conto che i bambini sono gli esseri più puri e puliti di questo mondo. I bambini sono angeli indifesi, creature ingenue dall'animo cristallino, vivono ogni istante come un gioco: basta un semplice oggetto per farli divertire e con poco si possono rendere felici. Ma altrettanto facilmente possono rattristarsi: un NO detto ad alta voce, un dispetto fatto da un altro bambino o una caramella negata può farli piangere.. Allo stesso modo succede con gli adulti. Naturalmente, non se la prendono per una caramella, ma la tristezza fa parte della nostra vita, fa parte della nostra natura umana. Se non fossimo tristi di tanto in tanto, non saremmo uomini dotati di sentimenti e ragione, saremmo soltanto un semplice meccanismo insensibile.

La tristezza è un'emozione che, nonostante non sia piacevole, può anche arricchire la vita. Molti artisti e poeti sono stati ispirati dalla tristezza e dalla malinconia.

Non esiste cantante che non abbia mai cantato, fa parte di noi e, in quanto parte di noi, ci rende unici e diversi. Si tratta, inoltre, di un sentimento naturale. Quando diciamo addio a qualcuno che amiamo, generalmente, ci sentiamo tristi. La tristezza, però, ci aiuta ad apprezzare la felicità, le variazioni dell'umore: dopo aver tanto sofferto, ci rendiamo conto della bellezza delle semplici e piccole cose che ci circondano (un sorriso di gioia di un bambino al quale abbiamo regalato una caramella, per esempio).

La tristezza può essere il risultato di un cambiamento che non ci si attendeva o può essere il segnale del bisogno di un cambiamento nella propria vita. I cambiamenti sono quasi sempre stressanti, ma necessari per crescere. Secondo me, è importante chiedere aiuto: un'amica o un amico possono aiutarci a capire che nella vita, oltre ai momenti di tristezza, ci sono quelli di gioia, che sembrano sempre meno rispetto a quelli brutti. Ma questo accade perchè, quando si è felici, il tempo scorre talmente velocemente che sembrano brevissimi, tanto siamo presi a vivere ogni istante. Quelli tristi, invece, quei momenti neri quando non vorremmo fare altro che stare a casa sul divano con il barattolo del gelato a guardare un film deprimente: ecco, quelli sembrano eterni perchè siamo troppo presi a compatirci e a credere che tutto faccia schifo, per capire che, in realtà, dobbiamo lottare per essere felici. Agire e non stare a poltrire! Prendere tutta la grinta che abbiamo e uscire da quella tristezza, che non fa altro che farci perdere momenti importanti di questo dono chiamato vita.

Una massima dice: più triste di un sorriso triste c'è la tristezza nel non saper sorridere!

I wanna run away Never say goodbye I wanna know the truth Instead of wondering why I wanna know the answers No more lies I wanna shut the door And open up my mind

25 gennaio 2007, Sara Gendrini

La società del futuro

Il 12 dicembre 2006 circa 8.000 giovani di tutta la Toscana hanno assistito al “X Meeting sui Diritti Umani”, tenutosi a Firenze al Nelson Mandela Forum.

E’ stata un’occasione per vedere tanti volti giovani e per conoscere in modo più approfondito tematiche d’interesse internazionale.

“Costituzione, Statuto e cittadinanza come diritto”: questo era il tema dell’incontro.

Anche se sembrerebbe un tema noioso e poco interessante, tutti i ragazzi-spettatori si sono dimostrati partecipi e attenti e anche contenti di sapere di più, di capire meglio quali siano i veri problemi del mondo, problemi che milioni di persone devono affrontare quotidianamente e di cui spesso noi, stando in un’“isola felice”, non ci preoccupiamo.

Tra tutti gli argomenti trattati, quelli che hanno colpito maggiormente i giovani, a giudicare dal loro entusiasmo, sono stati “La libertà di religione”, affrontato dal professor Marco Ventura e dalla teologa musulmana Shahrzad Houshmand, e “Il futuro come diritto”, di cui ha parlato la studentessa diciassettenne di Locri, Annamaria Sangallo.

Il discorso della teologa musulmana ha coinvolto molto la platea per la forza e la convinzione con cui ha esposto le sue idee a proposito della religione. Infatti, parlando della sua esperienza di musulmana, ha cercato di far capire quanto fosse importante per persone di cultura e religione diversa avere riconosciuta la cittadinanza giuridica, senza discriminazioni o intolleranze.

Ogni società multiculturale e multireligiosa deve accettare tutti gli elementi, anche simbolici, di ogni minoranza etnica, in tutti i suoi aspetti.

Una società deve comprendere le caratteristiche dei diversi gruppi etnici e non deve assolutamente far sentire a disagio i “diversi”, ovvero coloro che credono in altre religioni o filosofie o che hanno diverse abitudini.

Questa, purtroppo è soltanto un’utopia: oggi, appena vediamo un musulmano ci allontaniamo e lo teniamo fuori dalla nostra vita, senza pensare che è un essere umano, anche se pratica un’altra religione e si è formato in un’altra cultura.

Dobbiamo aprirci al mondo, capire che Dio è uno solo e che ogni popolo interpreta i suoi insegnamenti a modo suo, ma che la differenza di interpretazioni non deve portare alla violenza o, peggio, alla guerra.

Può essere chiamato Buddha, Allah, o Geova, ma è sempre Dio, un essere superiore che i fedeli pregano in cerca di conforto e speranza, con diversi riti, ma sempre per lo stesso fine.

Coinvolgente è stato anche l’intervento della studentessa di Locri, a proposito della situazione calabrese difficile e rischiosa per colpa dell’organizzazione criminale della ‘ndrangheta.

Gli abitanti del paese di Locri vivono con il terrore persino di uscire di casa, con la paura di essere ricattati o minacciati.

“Dobbiamo lottare contro le ingiustizie”, su questo ha insistito Annamaria Sangallo, “ci vuole più rispetto”.

Quando i figli dei criminali coinvolti nella ‘ndrangheta chiederanno un giorno: “Cos’è la mafia?”, allora questa sarà scomparsa. Tutti si sentiranno più liberi, tutti crederanno in un futuro più sicuro, l’Italia sarà migliore, il mondo sarà migliore.

Non ci saranno più pregiudizi, niente più discriminazioni.

Per raggiungere questo obiettivo è indispensabile lottare e far valere le proprie idee, convinti di essere dalla parte giusta. Non arrendersi. Cambiare la società intervenendo, manifestando, partecipando. Questa sarà la società del futuro, in cui ci sarà rispetto per tutti e tutti avranno gli stessi diritti solo in quanto uomini!

24 gennaio 2007, Barbara Di Leo

Cosa vuol dire essere stranieri

“Ventisei anni sono passati ormai, ventisei anni da quando sono arrivato per la prima volta in Italia.

Sono tanti, troppi anni... non mi ricordo molto del mio paese e sono due anni che non ci torno. Pensa, in ventisei anni sono tornato solamente una volta nella mia terra natale. I miei genitori sono morti, due anni dopo che sei nata tu, mia figlia, Nihed. Non ho avuto il coraggio di partire per andare al loro funerale”.

Così ha esordito mio padre, quando gli ho chiesto di parlarmi di cosa vuol dire “essere stranieri”.

“All’inizio, vivevo in Sicilia. A quei tempi, ero l’unico “scapolo” tra i miei fratelli. Non ero neppure fidanzato! Facevo il pastore: vivevo presso il mio “padrone”; dormivo su un giaciglio di paglia, nella stalla con le pecore, a pranzo avevo un pezzo di formaggio ed un bicchiere di latte; a cena, a volte, un po’ di carne. Avevo nostalgia del mio paese, della mia famiglia, delle nostre tradizioni”.

“ Papà, come ti sei innamorato della mamma?” gli ho chiesto.

Lui sorride, mi accarezza. Ha uno sguardo assente, sta ripercorrendo i suoi ricordi.

“A quell’epoca, io avevo 24 anni, lei 13. Era in Italia con i suoi genitori ed i miei, in visita. Ho scordato di dirti che con me c’erano suo fratello Monder, e il fratello del marito di mia sorella Hassiba, Zohaier. Eravamo tutti attorno ad un fuoco nel bosco. Mi ricordo che stavo fumando una sigaretta, e, per guardarla, mi bruciai una mano. Il giorno dopo, chiamai mio padre in disparte e gli feci promettere che, appena tornato ad Ausja, l’avrebbe chiesta in sposa per me. Lui accettò”.

“Papà, parlami un po’ delle differenze e delle difficoltà che hai trovato qui rispetto alla Tunisia”.

“Innanzi tutto, qui non si parla l’arabo! Poi, in confronto ai paesi arabi, qui c’è più lavoro. Ma la famiglia è un fattore decisivo; se qui non avessi voi, sarei tornato a casa...”.

Sorride. Non ha più voglia di parlare, l’ho capito.

Quest’uomo è mio padre: una persona sincera ed affidabile, che ha sofferto nella vita: ha perso i genitori, suo fratello, colui che considerava il suo migliore amico non si è presentato al suo matrimonio, ha perso suo nipote Khaled, di soli 24 anni, in un incidente automobilistico, ha una figlia "strana" (che sono io...), che non riconosce l’Islamismo, che non riconosce Allah e Mohamed, che ha preso una strada "pericolosa", che non vuole diventare dottoressa (come piacerebbe a lui), ma che vuole fare la scrittrice. Lavora con fatica, si alza alle cinque e trenta del mattino, ma non dispera; sa che, in fondo, la sua vita non è male: sua figlia non è come sembra, non è un "mostro" ( o almeno si spera...)!

17 gennaio 2007, Nihed Sbitli

Il viaggio dalla Romania. La diaspora

Ah, quanti ricordi!…mi mancano un po’ quei giorni, ma, prima o poi, doveva succedere. Prima o poi, io penso, capita a tutti un giorno in cui la vita cambia.

Era una di quelle fredde mattine, tinte di bianco, che danno un certo fascino alla mia città. Era Dicembre ed io, dopo aver salutato i nonni, mi avviai felice verso la scuola. Non distava molto da casa, ma io, ogni giorno, mi fermavo o per parlare con degli amici o per «fregare» dalla piazza del mercato qualcosa da mettere sotto i denti: non che il cibo della merenda non ce lo avessi, ma mi piaceva farlo, amavo l`”avventura”. Non erano poche le volte in cui mi beccavano a «ciulare roba», ma ciò non rappresentava minimamente un problema per me: conoscevo la città come le mie tasche ed ero molto svelto a correre: non ci mettevo più di cinque minuti a scappare e a trovarmi un nascondiglio: fatto sta che non mi hanno mai acchiappato. Mi conoscevano in quella città e mi chiamavano «Il Vagabondo», ma la maggior parte della gente mi conosceva come «Vagabondino», che, troppo lungo, era divenuto «Dino». E Dino di là e Dino di qua: Dino aveva colpa di tutto.

Quella mattina, però non fu così: non avevo la minima voglia di fregare roba e mi avviai tranquillo verso la scuola. Non dimenticherò mai quei posti, l’ingresso della scuola dove tutti stavano in fila per entrare, mentre Dino e gli altri monelli si bombardavano con palle di neve. Sono ricordi che non scorderò mai. Non sapevo che quelli erano gli ultimi momenti che passavo insieme ai miei cari amici. Alcuni di loro li avrei rivisti, altri mai più.

Finite le ore di scuola io di solito andavo con gli amici a giocare e tornavo a casa con due o tre ore di ritardo. Quel giorno, me lo ricordo ancora, avevo le scarpe piene d’acqua e, mentre camminavo, sentivo lo scricchiolio della neve, unito a quel certo «biascichio» che fa l’acqua dentro le scarpe. Tornavo a casa pensieroso e mi avvicinavo piano piano al condominio dove abitavo, quando vidi qualcosa che mi fece battere il cuore a mille: la Peugeot bianca, sì, una Peugeot 405 bianca, la macchina dei miei genitori partiti per l’Italia. Questo, questo significava che erano tornati. Ma, mi chiesi, come mai d’inverno? Loro, infatti, venivano solo nelle vacanze estive... Tutti i miei pensieri scomparvero ed io, con il cuore avvolto dalla nostalgia, cominciai a correre, mi «divorai» d’un colpo tutte le scale e “sfondai” la porta del mio appartamento . Quelli furono alcuni degli attimi più belli della mia vita: mi erano mancati molto i miei e adesso erano lì che mi abbracciavano. Finiti i saluti, io chiesi loro come mai fossero venuti proprio in quel periodo dell’anno e loro risposero che erano venuti a prendermi, che sarei andato via con loro. Ero felicissimo: sapevo che, prima o poi, avrei abbandonato la Romania per l’Italia, ma non me lo aspettavo così presto. Il giorno dopo, partimmo. Ricordo che la nonna fu la prima a salutarmi, poi fu la volta del nonno, che, fra le lacrime mi disse: “e così il nostro Dino ci lascia!” Non scorderò mai questa frase. I miei cari nonni si erano abituati a quella peste che avevano in casa e si sarebbero sentiti soli senza di me. Dormii quasi tutto il viaggio, un viaggio non facile, finché arrivammo a varcare la frontiera con l’Italia, la mia nuova casa: fu «spettacolare». Ammiravo la bellezza delle Alpi, senza essere capace di fiatare… Alla fine, arrivammo alla meta: abitavamo a Lastra a Signa, su una collina da cui si vedeva tutta Firenze. Era l’ultimo dell’anno del 1999 ed io, sceso di macchina, ammiravo i fuochi d’artificio che davano il benvenuto al nuovo millennio: il 2000!

Il passaggio dalla Romania all’Italia fu drastico per me, ma, allo stesso tempo, meraviglioso. Sembrava il Paradiso per tutte quelle cose che in Romania non avevo! La mia fortuna fu, poi, che avevo 8 anni al mio arrivo in Italia e, così, imparai subito la lingua e mi feci grandi amici. Un giorno chiesi a mio padre il motivo della nostra diaspora e la risposta fu: “Perché tu avessi un futuro migliore”.

E’ passato molto tempo ed io mi sono abituato alla vita di qui, ma nel fondo del cuore mi sento sempre rumeno e non ho mai scordato i segreti del mestiere, del mio mestiere, perché dentro di me c’è un Dino che non morirà MAI!

5 dicembre 2006, Flavius Bors, Classe 1D Linguistico

Scienza e fede: la storia infinita

Dopo il richiamo alla collegialità del vicepremier Francesco Rutelli, circa la decisione del neo-ministro della ricerca fabio Mussi di ritirare la "pregiudiziale etica" dell'Italia sulle cellule embrionali nei paesi UE, si riapre il dibattito morale.
Ripercorriamo le tappe che hanno portato al sì di Mussi.
Le cellule staminal possono essere prelevate a scopi di ricerca da tessuti adulti, da cordoni ombelicali o da embrioni. Quest'ultima possibilità è stata esclusa in Italia dalla legge 40. Il governo Berlusconi, poi, ha aderito insieme ad Austria, Polonia, Germania, Slovacchia e Malta alla "dichiarazione etica" contro lo sviluppo nella UE della ricerca sulle staminali embrionali. Ora, la decisione, sicuramente di grande modernità, del ministro Mussi, che ha anche auspicato una modifica della legge 40. Questa scelta,però, rispolvera un conflitto eterno e contrastato: quello tra fede e scienza...

"Scienza e fede: la storia infinita"
Viaggio nel rapporto tra le due discipline tra contrasti e volontà di conciliazione

"Con cuor sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li sudetti errori e eresie, generalmente ogni e qualunque altro errore, eresia e setta contraria alla Santa Chiesa".
E' il 22 Giugno 1633.E' una mattinata calda, già estiva. I raggi del Sole accarezzano i volti delle persone, plasmano le forme sinuose e armoniche dei monumenti di Roma.
Quando Galileo uscì dal Sant'Uffizio, anche i suoi occhi, un tempo così decisi e vivi, dovettero abituarsi all'intensità di quella luce. Aggrottò con fatica le sopracciglia e chiuse gli occhi di fronte al Sole. In un certo senso, lo aveva fatto anche prima, pronunciando quelle parole in Tribunale. Aveva piegato la testa e serrato forzatamente gli occhi, davanti alla realtà che egli stesso aveva scoperto e provato. Adesso, l'eco di quelle parole risuonava martellante nella sua mente...
..."Abiuro"...;
Sentì un peso schiacciarlo, le sue gambe, stanche e spossate dalle torture, non lo sostennero più. Galileo, che, per primo,aveva contemplato con coraggio e fierezza sconosciute realtà celesti, si piegò sulle ginocchia. Allo stasso modo, la Scienza si era piegata alla Fede...

Altra data, altre parole. So no passati quasi quattro secoli da quel 1633. La Chiesa riconosce i suoi errori; è Giovanni Paolo II ad ammetterli, il 31 Ottobre 1992, per il 350° anniversario della morte del grande scienziato. "Il caso Galileo era il simbolo del preteso rifiuto, da parte della Chiesa, dal progresso scientifico, e dall'oscuratismo dogmatico, opposto alla libera ricerca della verità.Una tragica reciproca incomprensione è stata interpretata come il riflesso di una opposizione costitutiva tra Scienza e Fede.Le chiarificazione apportate dai recenti studi ci permettono di affermare che taler doloroso malinteso appartiene ormai al passato." Ufficilamente, dunque,il caso "Galileo" si chiude così. Rimane, tuttavia, il peso della sua ombra, che ha gelato il rapporto tra Fede e Scienza, come fa il vento con un bocciolo di rosa. Ora, si tenta di salvare questo tormentato rapporto. Vediamo se è possibile. Per molti, la sola strada per la (ri)conciliazione tra queste due "istituzioni" è ricominciare.Gettare nuove fondamenta, affinchè non si ripeta più un "Caso Galileo". C'è, infatti, il rischio di sprofondare ancora nella voragine del dualismo, nella cattiva rivalità tra discipline e ideologie, che lottano per imporre la propria verità ontologica. La soluzione per evitare questo rischio l'ha suggerita di recente il Card. Paul Poupard, Presidente del Pontificio Consiglio sulla cultura, e sta in due parole: dialogo e unione. Consapevole della "lezione permanente che rappresenta il Caso Galileo", il Cardinale Poupard crede, infatti, che sia indispensabile "mantenere vivo il dialogo tra le diverse discipline, e in particolare tra teologia e scienze naturali, se vogliamo evitare che in futuro si ripetano episodi simili". Il dialogo, però, è inutile, se non ci sono collaborazione reciproca e consapevolezza del proprio ruolo. Per gran parte degli storici, infatti, l'errore della Chiesa nella questione galileiana fu quello di aver invaso un campo non suo, di aver confuso teologia ed epistemologia. Anche Galileo, da buon cristiano, sapeva che "la Bibbia non ci insegna come funzione il cielo, ma come andarci" afferma ancora il card. Poupard, citando il Cardinale Boromio.

Inoltre, Sua Eminenza, cercando di conciliare "Fides et Ratio", ha compreso che il dialogo deve essere costante ed aggiornato a qualsiasi tipo di argomenento che possa portare ad una disputa.La Scienza si è evoluta e se c'è accordo sull'eliocentrismo, vi sono moltissimi altri concetti che minano la stabilità del rapporto tra Fede e Scienza. L'infinito è uno di questi concetti.Da questa considerazione nasce il progetto STOQ (Science Theology and the Ontological Quest), che ha organizzatoil Congresso Internazionale "L'infinito in Scienza, Filosofia e Teologia", tenutosi pochi giorni fa all'Università Lateranense di Roma. Un congresso unico nel suo genere, che "fa il punto su concetti d'infinito che emergono dalla fisica, dalla cosmologia e dalla matematica", ma anche della teologia. questo perchè, come ha detto il matematico Nelson, l'Infinito "assume significati diversi a seconda degli ambiti in cui viene sondato" e " spalanca un abisso: Scientifico e teologico" (Poupard). Si evidenzsiano, a questo punto, due visioni differenti, quella di un teologo, come Ooupard, e quella di uno scienziato, come Nelson. Vediamo se coincidono.

Il primo fa una riflesssione su come pensare all'Infinito ci induca a pensare anche alla nostra finitezza nella vita mondana. Il secondo, invece, ci illustra il modo in cui l'Infinito viene concepito in matematica e, cioè, "una corrispondenza biunivoca tra un insieme ed un sottoinsieme". Cotrastanti. I due esperti hanno pareri discordi e la conferma si ha semplicemente leggendo le sue dichiarazioni. infatti, mentre per Poupard "non c'è contrasto fra fede e scienza, perchè come si legge nella Fides et Ratio, esse sono due ali che ci portano verso l'alto", per Nelson "Scienza e Fede sono in contrasto tra loro ma tra di loronon c'è alcuna contraddizione necessaria". Insomma, è necessario un chiasmo, una collaborazioine tra teologia e scienza che rimangano, però, sempre distaccate.

Queste due discipline appaiono ancora lontane dal conciliarsi e sarà impossibile senza un aiuto ed un'apertura reciproci. Non si può raggiungere un'unione se ad una conferenza sull'infinito si danno pareri totalmente discordanti su questo concetto. forse, pian piano, il Sole con i suoi raggi, scalderà la rosa gelata dal vento. Ma siamo ancora lontani. Razionalità e Fede. Distinte. Ancora una volta. Tanto che la definizione matematica dell'infinito fu formulata, ironia del destino, proprio da Galileo...La storia si ripete. Una storia infinita, direbbe Michael Ende,che, con ogni probabilità, sarà destinata a tener separate Scienza e Fede. Proprio come l'Amore e l'Odio, l'Essere e l'avere, il Bene e il Male. Ossimori inconciliabili. Ma, forse, sono proprio i conflitti eterni, gli infiniti contrasti a portare avanti questo Mondo e a darci la sensazione di esistere...

E il dibattito rimane aperto. Da un sondaggio di Repubblica (www.repubblica.it) il 92,7% dei votanti ha considerato giusta la scelta del ministro Mussi, ritenendo che la ricerca sulle staminali non debba essere limitata dalle scelte di governo. Il 7,3% dei votanti, invece, ritiene che non si debba derogare dall'etica, che ne vieta l'uso. E voi? Che ne pensate? Fateci sapere il vostro parere inviando idee, critiche o informazioni a redazione@isufol.net

11 Giugno 2006: Antonio D'Errico

Che ne sarà di noi

Il mondo del lavoro si dimostra sempre più ostile nei confronti di chi si appresta ad entrarvi. Il binomio "abilità + volontà" non basta più per assicurarsi una carriera.

Un ragazzo di 25 anni si è appena laureato. Come tanti, ha investito denaro ed energie nei suoi studi. Adesso è preparato, qualificato per assumere le sue mansioni. Soddisfatto della sua cultura, adesso vorrebbe essere utile alla società in cui vive: dare competenza ed impegno in cambio di sicurezza, di stabilità. Forse non sa che ha molta strada da fare, che il mondo del lavoro è un treno veloce, su cui non basta aver pagato il biglietto per poter salire.
Difatti, da un po' di anni a questa parte, il lavoro non è più un diritto, una necessità, ma, piuttosto, un privilegio. Non è più stabilità, ma precarietà.
Lo stato sociale, atto a garantire benessere ai singoli componenti della comunità, ha lasciato spazio al freddo, meschino "business".
I più potenti, con il loro capitale, hanno messo in moto una catena di produzione da cui solo loro trarranno profitto, di cui l'uomo semplice, con le proprie aspirazioni e potenzialità, è solo un'insignificante pedina: chi ha pochi mezzi viene tagliato fuori.
Da quando, il fine della produzione è la produzione stessa? Da quando, l'uomo e i suoi bisogni sono diventati il mezzo?
Sono riflessioni, queste, che spaventano chi si appresta a cercare un posto in una società che non guarda in faccia nessuno.
Senza contare che ci sono molti ragazzi che provengono da situazioni familiari non proprio agiate e che, quindi, non possono permettersi di seguire studi che li qualifichino, che, in qualche modo, li facciano sembrare "qualcuno" agli occhi del mercato. Riusciranno mai ad uscire da questo circolo vizioso di miseria,
senza un lavoro sicuro? Sono destinati, forse, come i loro genitori, a farsi, eternamente, in quattro per arrivare a fine mese? Sono destinati, a loro volta, a dover negare ai loro futuri figli il diritto di "saper fare" per mancanza di denaro?

Le nuove politiche nel campo del lavoro, attuate in Europa, hanno comportato un cambiamento quasi radicale per ciò che concerne le assunzioni e i licenziamenti, creando progressiva precarietà.
Infatti, è entrato in gioco il sistema a doppia faccia della "flessibilità".
Come spiega Cristopher Pissarides, economista del lavoro, nell'intervista al "Sole 24 ore" , "flessibilità dell'occupazione" significa "possibilità per le imprese di licenziare i lavoratori con facilità e bassi costi amministrativi".
Questa situazione, problematica per i lavoratori dipendenti, che è andata creandosi ultimamente, è per lo più insostenibile, soprattutto per coloro che, immigrati in Italia, hanno sempre bisogno di un lavoro a norma di legge, perché venga concesso loro il permesso di soggiorno. Il loro, già difficile, processo d'integrazione può essere interrotto, in ogni momento, ad arbitrio del datore di lavoro.
Forse molti pensano che numerosi giovani si ritrovano senza un posto di lavoro fisso proprio perché sono troppo pretenziosi, perché s'illudono di poter iniziare a lavorare senza, in realtà, saper fare. "Coltivare le proprie aspirazioni, cogliere le principali opportunità formative offerte dal mondo scolastico ed universitario, essere sempre informati nel proprio settore d'interesse, dedicare attenzione alle lingue straniere ed infine non tirarsi indietro di fronte alle prime proposte, sono considerate le caratteristiche migliori del profilo di un giovane sulla soglia del mondo del lavoro."
(Inchiesta sul rapporto tra i giovani e il lavoro, Mondo Erre, ottobre 2005.)
Tutto ciò è vero. Tuttavia, non sono da trascurare gli aspetti più negligenti del sistema scolastico, dove le borse di studio per gli studenti più preparati sono pochissime, dove si tende a sopprimere le "mele marce" piuttosto che aiutarle, dove il conseguimento degli esami per il credito formativo costa un occhio della testa.
Inoltre, la creazione di posti di lavoro in piccole unità produttive ha comportato (e comporterà, a lungo termine) un progressivo declino dei sindacati che, prima, rappresentavano il punto di riferimento di interi gruppi di lavoratori.

Alla luce di tali considerazioni possiamo affermare che il lavoro, attività cardine della vita sociale e privata, non è più tutelato. Anche domattina trentenni, quarantenni, cinquantenni si sveglieranno presto e si recheranno al loro posto di lavoro, ringraziando il cielo che anche quel giorno la loro potenzialità è stata sfruttata, chiedendosi se anche il giorno successivo potranno ritenersi così fortunati. Impossibilitati nel fare progetti a lungo termine, nel prendere un mutuo, nel metter sù famiglia, vivono alla giornata, sentono che tutte le loro ambizioni sono andate in fumo e che, piano piano, si stanno inconsapevolmente trasformando in tante carte telefoniche, sfruttate al massimo e poi gettate via. Nessuno si preoccupa della fine che faranno, di come si sentono.
Guardandosi intorno, nelle metropoli, osservando i vagabondi, ci si rende conto di quante vittima abbia mietuto questo sistema egoista. Non sapere se l'indomani ci sarà un lavoro , per molti, purtroppo, significa non sapere se l'indomani ci sarà speranza.
Quanto dovremo aspettare, quanto ancora noi giovani dovremo imparare, prima che il lavoro diventi più umano, meno vincolato al potere di pochi? Quanti uomini dovranno ancora suicidarsi per la perdita dell'occupazione (accade anche questo), prima che la politica lavorativa conceda più diritti, assicuri più tutela ai nuovi assunti?
Forse, quando ci renderemo conto che si cerca un lavoro per vivere, non si vive per cercare un lavoro.

11 Giugno 2006: Giulia Brugnolini

Piccoli fenomeni crescono

Il Liceo Linguistico è frequentato da adolescenti che impiegano il loro tempo anche in attività extra-scolastiche, delle quali non potrebbero fare a meno. Molti ragazzi hanno delle vere e proprie passioni e, secondo un'indagine da noi recentemente effettuata, la maggior parte degli studenti che praticano attività al di fuori della scuola, lo fa ad un livello molto alto: gli "sportivi" giungono anche al livello di gare nazionali, mentre chi si dedica a canto, recitazione etc. riesce a partecipare a veri e propri concorsi da "professionisti".
La nostra indagine ha cercato di scoprire come questi piccoli (o anche grandi) fenomeni dello sport e dello spettacolo riescano a conciliare tali attività con lo studio.

"Riesco sempre ad organizzare i miei impegni" ci dice Linda (I DL) "Io non riuscirei mai a fare a meno delle mie passioni. Se non avessi niente da fare durante il pomeriggio starei sempre in casa e non riuscirei comunque a passare ore e ore sui libri. Non sarei abbastanza concentrata." Linda da 10 anni frequenta una scuola di musica ed una di danza: canta, balla e suona il pianoforte tutti i giorni. Ciò nonostante ottiene ottimi risultati a scuola.
Marti, invece, uno studente di seconda che canta insieme a Linda, confessa che non riesce ad equilibrare le due cose. Tuttavia, non riuscendo a rinunciare alla sua passione, si impegna lo stretto necessario per assicurarsi almeno la promozione, con la consapevolezza, comunque, che, in ambito scolastico, dovrebbe impegnarsi maggiormente.

Passando allo sport, vi sono molti ragazzi che lo praticano ad un livello molto alto, come le due vice-campionesse mondiali di Karaté, Sara e Elena (I DL), che hanno ricevuto un riconoscimento anche del Sindaco di Follonica: nonostante le trasferte inter-regionali (per gli Europei addirittura internazionali: a Dublino), riescono comunque bene anche a scuola. Anche Giulia (IDL), che si dedica al pattinaggio artistico da 7 anni, cerca di restare in pari con la scuola, nonostante le tante ore di allenamento giornaliere. A livelli importanti è praticato anche l'Hockey (da Lorenzo, uno studente di quarta) e il Nuoto (da varie allieve di seconda). Ci sono ancora sportivi praticanti in vari e diversi campi, anche se non gareggiano in manifestazioni nazionali o internazionali.
La conclusione che possiamo trarre è certamente che al Linguistico c'è una gran voglia di fare e di impegnarsi e che questi studenti, nonostante si richieda loro grande applicazione nello studio, sanno trovare anche il tempo e la forza di dedicarsi alle loro più grandi passioni.

17 Marzo 2006: Margherita Cruciani e Francesca Gaeta

A proposito dell'8 marzo

Musulmana con chador sul viso o velina con costume mozzafiato?
Riflettiamo sull'emancipazione e la figura stereotipata della donna, nei diversi contesti culturali.

Le donne islamiche sono obbligate a portare il velo oppure sono fiere di manifestare la propria appartenenza culturale e religiosa?
In Occidente l'emancipazione femminile, grazie anche alla lotta femminista, a partire dalla seconda metà del secolo scorso ha raggiunto importanti traguardi.
La donna ha la facoltà di scegliere cosa pretendere dalla propria vita. Oltre alle barriere di tipo legale è riuscita ad indebolire anche quelle, meno palesi ma spesso più costrittive, insediatesi nella mentalità collettiva.
Che cosa accade quando la donna occidentale, che alle spalle vanta quasi un secolo di lotta per le pari opportunità, s'incontra e si confronta con le pratiche e le usanze della donna islamica?
Sicuramente sorgono numerose perplessità.
Se consideriamo l'uso del chador, il velo coranico, che le donne musulmane, secondo i dettami della loro religione, sono obbligate a portare, notiamo che è ancora irrisolta la diatriba tra chi considera quest'usanza un orgoglioso simbolo d'appartenenza e chi invece la vede come dimostrazione palese di auto-sottomissione femminile.

Inoltre, molto spesso, le donne stesse "desiderano manifestare la propria identità, la propria appartenenza e la propria religione indossando il foulard" (Giuliano Zincone, Corriere della Sera ), anche se abitano in paesi non musulmani in cui non c'è un regime teocratico.
Tutto ciò fa riflettere. Come scrive Rossana Rossanda nel Manifesto, "le idee non si strappano neanche se ignobili a meno che non pretendano d'imporsi con mezzi non ideali. Ma non ne consegue [per questo] che siano indiscutibili, che non vadano chiamate in causa".
La donna occidentale, che si considera emancipata, guarda a questa situazione con compassione, credendo che la discriminazione della donna nella propria cultura sia "cosa del passato".

Ma è davvero cosi?
A parer mio, in Occidente, quella che è considerata la terra della democrazia e delle pari opportunità, si ripresentano spesso situazioni in cui la donna è succube, forse anche inconsapevolmente, degli standard, dei clichès imposti dalla società.
Il giornalista Furio Colombo della Repubblica, descrivendo le donne, scrive: "temono la pena dell'irrilevanza, il restare nello struscio anonimo delle loro vite". Nei concorsi di bellezza come Miss Italia "sono le protagoniste passive di un gioco bizzarro e imperioso in cui si pretende di stabilire, a discrezione delle masse, il concetto e il valore della bellezza. Della loro vera identità non c'è traccia (...).
Ma chi ha l'autorità per delineare il confine tra l'eccessiva decadenza occidentale e lo straziante rigore islamico?"

Con questa domanda s'introduce un concetto di relativismo etico e culturale che dovrebbe sempre essere preso in considerazione quando ci si relaziona ad un punto di vista diverso dal nostro. Noi occidentali non possiamo pretendere di "esportare" la democrazia: sarebbe solo ipocrisia e cura dei propri interessi. Spesso non è il nostro incondizionato altruismo per le "povere donne discriminate" che ci spinge a contestare le usanze orientali, ma solo l'intenzione di far valere le nostre tradizioni a sfavore delle altre.
"Se le donne vengono costrette con la forza a indossare il chador, è obbligatorio aiutarle a liberarsi. Ma è indispensabile rispettare le scelte individuali" (Giuliano Zincone).

La vera emancipazione è la possibilità, da parte della donna, di fare della propria vita ciò che desidera, di liberarsi dalle idee preconcette e lasciare spazio al proprio essere se stesse. Non nego sia difficile per le donne islamiche mettere in discussione le proprie convinzioni, quelle che la famiglia ha radicato, spesso con la forza, nella loro mente e nelle loro abitudini. Dovremmo ricordare che, nei loro modi di agire, vige il principio dell' "imprinting culturale", per cui ognuno si comporta di conseguenza alla società in cui è nato e cresciuto, spesso senza neanche chiedersi "perché". E' una forma di persuasione molto sottile, questa, che "marchia a fuoco" fin dalla nascita e alla quale è difficile far fronte.
Tuttavia, ci sono varie sfaccettature nella questione. Alcune donne sono consapevoli di far parte di un ben celato meccanismo che le induce a ad agire secondo la "regola del buon costume", dettata dai "pater familias", Nonostante ciò, perseverano nelle loro abitudini perché andare contro corrente è veramente troppo faticoso.

Cosa dovremmo o potremmo fare noi per far valere i diritti di queste donne, che sono nate in una civiltà che ha paura del loro potenziale libero arbitrio?
Credo proprio che dovremmo parlare con le donne musulmane, cercare di aprire la loro mente ad altri orizzonti, riuscire a capire se ciò che fanno corrisponde veramente a ciò che vorrebbero scegliere. Dovremmo, forse, aiutarle ad aprire gli occhi, ma ciò non significa che, una volta aperti, vorranno vedere ciò che vediamo noi.
In fondo, siamo tutti un po' schiavi di qualcosa: c'è chi è schiavo del denaro, del successo, dei pregiudizi, del sesso ecc...
Anche noi, che pensiamo di avere una mente critica ed aperta ad ogni soluzione, dovremmo imparare a scegliere qual è il giogo meno pesante, che ci permetta di esprimere al meglio la nostra individualità e personalità. Quando tutte le donne di questo mondo, dell'Occidente e dell'Oriente, del Nord o del Sud, potranno fare questo, allora potremmo parlare di "Emancipazione".

13 Febbraio 2006: Giulia Brugnolini 3dl

Internet con la testa

Pensiamo ad un mondo dove non esistano distanze invalicabili, luoghi irraggiungibili...
Pensiamo ad un libro in grado di soddisfare ogni nostra curiosità...
Un'oasi di felicità per gli "Indiana Jones alla ricerca della notizia perduta"...
Pensiamo, inoltre, a tutti coloro (e dall'alto della mia modesta esperienza diciottenne vi assicuro che non sono in pochi!) che sognano una fonte inesauribile di giochi, di musica, di video e divertimenti...

Ragazzi è il nostro mondo, no?!
Bene, questo mondo o libro o come lo si voglia chiamare esiste ed è alla nostra portata ogni momento: il suo nome è Internet!

Un nome da fare invidia ai vari "Terminator", "Robocop" e compagnia anche se, sicuramente ne sarete convinti, dietro un nome così roboante non sembrerebbero esserci né violenza né pericoli.
Già, il mio condizionale (apro una parentesi per i, come dire, meno simpatici alla prof. di italiano: mi riferisco al verbo 'non sembrerebbero') non è una casualità! Il nome Internet indica il sistema integrato mondiale di interconnessione tra computer e reti locali e deriva da un progetto del 1969 (anno in cui l'uomo sbarcò sulla luna) nato per scopi prettamente strategico-militari denominato Arpanet.
Informazioni interessanti, che sottolineano l'esponenziale sviluppo di quello che nacque come uno strumento logistico, per poi diventare un mondo a sé stante, condiviso da tutta quanta la popolazione mondiale.

Bene, tornando ai nostri discorsi, per rendervi l'idea di quanto possa essere pericolosa questa realtà fingete di essere a bordo di una piccola barca (il vostro computer), nel bel mezzo di uno sconfinato oceano: vi sono squali, tempeste apocalittiche, venti terrificanti!!
Dobbiamo necessariamente conoscere le previsioni meteo, abbiamo bisogno di porti sicuri dove attraccare e necessitiamo di una carta geografica. Bisogna essere a conoscenza del mare, dei suoi trucchi, delle sue leggi!
Altrettante leggi, altrettante regole dobbiamo tener presente prima di inoltrarci in un mare dove sembra splendere sempre il sole, prima di salpare in quel vastissimo mare chiamato Internet.

Vi sono delle attenzioni che dobbiamo tener presente durante la nostra navigazione e delle precauzioni alle quali non dobbiamo sottrarci.
Come, prima di partire con la nostra automobile, dobbiamo allacciare rigorosamente le cinture di sicurezza, come, prima di sfrecciare con il nostro scooter, è necessario allacciare il casco, altrettanto importante è tener conto dei consigli che sto per darvi:

Infine, usate sempre la testa per esplorare questo fantastico mondo a vostra disposizione, dimostrate di essere ragazzi responsabili e capaci di navigare nel rispetto di tutti e soprattutto di voi stessi.

Qualche link utile per genitori e ragazzi

13 Febbraio 2006: Alessio Lo Sicco 5A Liceo Scientifico
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