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Mortalità nelle tre scuole | La parola agli studenti | Un articolo interessante

A conclusione del nostro lavoro abbiamo deciso di inserire l'articolo "Il disagio di vivere dei ragazzi" - "Uno psicologo per le scuole" di Sabino Acquaviva apparso sul "Corriere della Sera" Venerdì 9 gennaio 1997. La nostra scelta è motivata dal fatto che questo articolo, oltre ad offrire validi spunti di riflessione, affronta il problema della dispersione scolastica e propone anche una soluzione per limitare il disagio giovanile: lo psicologo potrebbe essere il primo passo da fare per cercare di risolvere questo grave problema.

IL DISAGIO DI VIVERE DEI RAGAZZI

Uno psicologo per le scuole

Troppe storie di giovani disadattati. Gli educatori devono intervenire.

di Sabino Acquaviva

La notte di Capodanno in una stazione ferroviaria. Elisa, una ragazza di 16 anni, muore nell'incendio di un vagone abbandonato in cui dormiva con due cagnolini, morti con lei nel rogo. Si dice cercasse una vita migliore, senza imposizioni e senza regole. Ma la cronaca degli ultimi giorni è piena di fatti che sono soltanto il simbolo del disadattamento e della fatica di vivere di bambini e ragazzi. Chi non ricorda la ragazza sgozzata per gelosia dal fratello con cui già aveva un rapporto incestuoso? O quei ragazzini che spacciano, uccidono e si fanno uccidere, al servizio della delinquenza organizzata? Ma esistono anche le violenze dei bambini e dei ragazzi sui coetanei. Come dimostra una recente inchiesta di Ada Fonzi, i bambini italiani che si dichiarano vittime di prepotenze a scuola sono il 41 per cento alle elementari e il 26 nelle medie. E in Gran Bretagna sono del 27 per cento, del 15 in Norvegia.

A prescindere dalle statistiche, l'aggressività nella scuola è sempre esistita, e tutti noi rammentiamo scherzi implacabili praticati dal gruppo contro i più fragili. I genitori? I maestri? I professori? Salvo eccezioni, che cosa fanno e che possibilità hanno di rimediare a una situazione complessiva che facilita lo sviluppo di personalità aggressive, disadattate, depresse, che talvolta inducono al suicidio? Non dimentichiamo che per ogni suicidio realizzato ve ne sono molti sventati, che per i ragazzi sotto i 19 anni è la seconda causa di morte, dopo gli incidenti stradali.

In conclusione, gli episodi clamorosi di cui anche in questi giorni si è occupata la cronaca sono soltanto la punta di un iceberg di proporzioni molto vaste, espressione, almeno in parte, di un progressivo e capillare scollamento sociale, soprattutto di una crescente impotenza della famiglia, incapace di mantenere un rapporto costruttivo con i figli, complici la crisi dei valori, il consumismo sfrenato, e a volte l'egoismo dei genitori. Se però i rapporti con i figli sono difficili, quelli con gli insegnanti (salvo casi eccezionali) sono quasi inesistenti. Inoltre, non potendo essere dotati di una preparazione specifica e disponendo di poco tempo, per loro è difficile differenziare, ad esempio, condizioni normali di stress dell'allievo da situazioni patologiche più o meno gravi.

Ma quando una certa risposta alle sollecitazioni degli adulti nasconde un problema più profondo? Quanti dei segnali che i giovani mandano vengono compresi prima che avvenga qualche cosa di irreparabile? Quando una apparente svogliatezza nasconde una grave patologia depressiva o una tendenza al suicidio?

È vero oggi quel che era vero, anche se in forma diversa, quarant'anni orsono. Gli alunni vengono classificati e spesso, per i soggetti a rischio, questa classificazione si traduce in una espulsione. La scuola riceve in consegna il bambino o il ragazzo dalla famiglia, ma è quasi sempre incapace di stabilire con lui relazioni corrette.

Che fare allora di fronte a questo scollamento sociale, all'inadeguatezza dei rapporti con i genitori e la scuola, al continuo peggioramento della condizione giovanile? È necessario creare un anello di congiunzione fra queste tre componenti: alunno, famiglia, scuola. Ma è anche indispensabile che qualcuno si occupi con costanza delle situazioni più difficili. Occorre un occhio esperto capace di individuare i problemi e di intervenire prima che situazioni di disagio si trasformino in forme di disadattamento grave o in patologie che finirebbero per disseminare ed espellere dalla scuola. Abbiamo bisogno di una figura in grado di limitare la mortalità scolastica, cioè gli abbandoni: dei diversi, anche degli extracomunitari, dei più poveri, dei più fragili, dei disadattati, di chi ha situazioni familiari più o meno gravi.

Di qui la necessità di dotare ogni scuola di almeno uno psicologo, destinato a seguire gli allievi con un rapporto costante e personale. Si dovrebbe trattare di una persona incaricata di aiutare gli insegnanti nei casi in cui il rapporto con un allievo diventi difficile, ma che sia destinata a seguire tutto il percorso scolastico degli allievi. Lo psicologo dovrebbe quindi mantenere un rapporto costante e personale con i giovani, aiutandoli a maturare, con i genitori e con i professori, per facilitare il loro dialogo con l'alunno.

Don Milani diceva: «Ognuno ha un diritto profondo a essere fatto uguale». Si tratta di un concetto più che mai valido oggi, ma inteso in senso più vasto e per tutto il ciclo scolastico, non più soltanto per le elementari. Oggi essere eguali non significa soltanto accedere all'istruzione, ma essere aiutati a diventare adulti in modo completo ed equilibrato. Bisogna essere liberi dalla povertà più terribile, quella psicologica (la peggiore forma di diseguaglianza) che emargina, che espelle dal sociale, spesso dalla vita.

Alla vigilia di Natale la senatrice Ersilia Salvato ha depositato in Senato una proposta di legge per l'introduzione nella scuola di uno psicologo con queste caratteristiche. Si tratta di una proposta articolata che deve essere discussa e portata avanti celermente. Non dimentichiamo che in questo campo ogni giorno di ritardo può costare la vita a qualche bambino o ragazzo e credo che in Parlamento nessuno si voglia assumere tale responsabilità. Anche se la auspicata, sollecita approvazione della legge consentisse a un solo psicologo di individuare alcuni soggetti a rischio, salvando la vita a un solo bambino, già tale risultato andrebbe a onore di deputati e senatori.

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